L'amica Chiara - che fa la recruiter* di mestiere - ha anche un blog decisamente interessante dedicato al mondo del lavoro, ricco di consigli: come cercare il posto giusto, come scrivere il proprio curriculum, come gestire un colloquio... "Le faremo sapere" è il titolo geniale del suo blog, la classica frase che abbiamo ricevuto tutti tante, troppe volte alla fine di un colloquio e che in genere non preannuncia niente di buono.
(* Non avete capito cosa faccia? Scopritelo qui)
Lei invece di buoni consigli ne dà.
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martedì 21 marzo 2017
giovedì 1 ottobre 2015
Fermata: Padova-Pasteur | Il mondo in un... caffè corretto
Juana vive nel piccolo villaggio di San Gaspar Chajul, in Guatemala. Lavora in una piantagione, e come i suoi antenati Maya crede che la terra vada rispettata, che si vive insieme alla terra, alla natura, non sulle sue spalle.
Mauro vive in provincia di Lecco, sta sulla sedia a rotelle, e al momento è impiegato in una cooperativa che confeziona capsule – in materiale completamente riciclabile – per le macchinette del caffè.
Marco risponde al telefono di un call center, e riceve gli ordini dei clienti, li registra, li processa. Lui, invece, sta nel carcere di Opera, è detenuto, ma i clienti dall’altra parte del telefono non lo sanno.
Le vite di Juana, Mauro, Marco si incrociano in una tazzina di caffè, in un locale di via Padova a Milano. Il locale si chiama Beso, vende macchine per il caffè e le relative capsule realizzate con prodotti del commercio equo e solidale del circuito Fairtrade distribuiti dalla cooperativa Chico Mendes.
Mauro vive in provincia di Lecco, sta sulla sedia a rotelle, e al momento è impiegato in una cooperativa che confeziona capsule – in materiale completamente riciclabile – per le macchinette del caffè.
Marco risponde al telefono di un call center, e riceve gli ordini dei clienti, li registra, li processa. Lui, invece, sta nel carcere di Opera, è detenuto, ma i clienti dall’altra parte del telefono non lo sanno.
Le vite di Juana, Mauro, Marco si incrociano in una tazzina di caffè, in un locale di via Padova a Milano. Il locale si chiama Beso, vende macchine per il caffè e le relative capsule realizzate con prodotti del commercio equo e solidale del circuito Fairtrade distribuiti dalla cooperativa Chico Mendes.
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lunedì 28 settembre 2015
Esquilio, al lavoro per creare lavoro
Esquilio lavorava in banca fino a sei anni fa.
Faceva il dirigente del personale.
Poi la scelta di abbandonare il lavoro dopo trentacinque anni di attività.
«E adesso cosa fa?», chiedo.
«Adesso lavoro come un matto!», risponde lui con foga. Per la Caritas di Pioltello – specifica – dove abita con la moglie e i due figli, di 29 e 25 anni.
Da giovane aveva collezionato diverse esperienze di volontariato, soprattutto con la Croce Rossa e sulle ambulanze.
Poi negli anni era aumentato il carico di lavoro, si erano moltiplicate le trasferte in giro per l’Italia, gli impegni della famiglia si erano fatti più intensi e pian piano aveva lasciato l’attività nel sociale.
Finché, nel 2009, ha chiuso con la banca e ha deciso di riprendere il suo impegno nel volontariato, questa volta con la Caritas.
Faceva il dirigente del personale.
Poi la scelta di abbandonare il lavoro dopo trentacinque anni di attività.
«E adesso cosa fa?», chiedo.
«Adesso lavoro come un matto!», risponde lui con foga. Per la Caritas di Pioltello – specifica – dove abita con la moglie e i due figli, di 29 e 25 anni.
Da giovane aveva collezionato diverse esperienze di volontariato, soprattutto con la Croce Rossa e sulle ambulanze.
Poi negli anni era aumentato il carico di lavoro, si erano moltiplicate le trasferte in giro per l’Italia, gli impegni della famiglia si erano fatti più intensi e pian piano aveva lasciato l’attività nel sociale.
Finché, nel 2009, ha chiuso con la banca e ha deciso di riprendere il suo impegno nel volontariato, questa volta con la Caritas.
lunedì 7 settembre 2015
Acqua piovana per il campo di Teresiah
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| Foto: Campagna One human family. Food for all |
Aveva sempre vissuto vendendo cereali prima, e legname più tardi. La vita le sparigliò le carte, però, con le violenze che dilaniarono il Kenya dopo le elezioni del 2008.
Allora fu costretta a spostarsi e poi, sei anni fa, ebbe l’occasione di affittare un piccolo appezzamento di terreno e decise di provare a coltivarlo. Ci piantò mais, fagioli e patate.
I primi esperimenti non andarono tanto bene, il mais era più difficile da coltivare rispetto alla regione da cui veniva, le condizioni climatiche e i terreni erano diversi, qui serviva più acqua.
Lasciò perdere il mais e ci riprovò con le patate: i risultati furono decisamente migliori.
Ma le cose cambiarono davvero quando venne a conoscenza di un progetto che la Caritas di Nyeri, in collaborazione con Caritas Germania, stava proponendo per la lotta alla siccità attraverso la raccolta sistematica delle acque piovane.
I primi esperimenti non andarono tanto bene, il mais era più difficile da coltivare rispetto alla regione da cui veniva, le condizioni climatiche e i terreni erano diversi, qui serviva più acqua.
Lasciò perdere il mais e ci riprovò con le patate: i risultati furono decisamente migliori.
Ma le cose cambiarono davvero quando venne a conoscenza di un progetto che la Caritas di Nyeri, in collaborazione con Caritas Germania, stava proponendo per la lotta alla siccità attraverso la raccolta sistematica delle acque piovane.
Sembrava un’idea poco realizzabile e molti nutrivano dei dubbi, ma lei no, e aderì al progetto.
martedì 25 agosto 2015
Un'impresa agroalimentare in Burundi: la scommessa di Andrè
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| Andrè ritira il premio per la sua start-up |
E non è poco di questi tempi.
Ma c’è di più, perché quello che il nostro protagonista sta costruendo è una vera e propria rete di piccole imprese familiari che si occupano di allevamento e di produzione di prodotti agroalimentari.
Lui vuole creare una intera “catena di produzione”, che permetta di far girare l’economia del suo territorio, garantendo lavoro e benessere a molte famiglie, e che sia anche sostenibile e rispettosa dell’ambiente.
Di storie così, forse, nei mesi in cui tanto si è parlato di Expo, ne avete già sentite.
Ma questa ha qualcosa di speciale.
Perché tutto questo André lo sta facendo nel suo paese, nella città di Buslin, in Burundi: un piccolo paese nel mezzo del continente africano, schiacciato tra la Tanzania e la Repubblica Democratica del Congo.
lunedì 12 maggio 2014
Fermata: Gabbro – Assietta | Donne che si reinventano. Al #MammaCheBlog
- In Italia, lo scorso anno, una neo mamma su quattro ha lasciato o perso il lavoro che svolgeva quando era incinta.
- A distanza di due anni dalla nascita del figlio, solo la metà delle mamme italiane hanno un lavoro.
- Oggi in Italia il 53,5% delle donne in età lavorativa non lavora.
- Sul totale della popolazione femminile italiana, solo il 40,7% ha un lavoro, mentre la media europea è del 58,5%.
- In Italia, in una coppia ogni tre – tra i 25 e i 54 anni – la donna non percepisce redditi; in Francia la stessa situazione capita in una coppia su dieci e in Spagna in una su cinque.
È il quadro che racconta di un Paese che ancora non mette in campo adeguati strumenti che permettano la conciliazione famiglia-lavoro, e a farne le spese sono le donne. Che spesso non vogliono fare “solo le mamme”, e a volte si arrangiano come possono, che provano a reinventarsi un lavoro, anche molto diverso da quello di prima, mettendo in campo le proprie risorse e capacità e ripartendo dalle proprie passioni.
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venerdì 9 maggio 2014
Casalinghe per scelta o per forza?
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| La serie tv Desperate Housewives |
Oggi in Italia, infatti, il 53,5% delle donne in età lavorativa fa la casalinga, e secondo il Rapporto Istat 2012 le donne con un lavoro sono solo il 40,7% dell’intera popolazione femminile. Numeri che raccontano come siamo ancora lontani dalla realtà europea, se è vero che da noi in una coppia su tre la donna – tra i 25 e i 54 anni – non percepisce redditi, mentre in Francia la stessa situazione capita in una coppia su dieci e in Spagna in una su cinque. E anche se il numero dei casalinghi uomini è in crescita (secondo i dati Istat sulle forze di lavoro nel 2011 erano 125mila, un dato che ha registrato un +41% dall'anno precedente), sono pur sempre solo l’1,1% delle persone che si dedicano esclusivamente alla cura di casa e famiglia.
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lunedì 28 aprile 2014
Fermata: Istituto Palazzolo | Tutti i colori degli infermieri
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| Credit: Fondazione Don Carlo Gnocchi |
L'altra è piccola, con gli occhi e i capelli neri, i tratti morbidi, la voce squillante e un'allegria contagiosa.
Non potrebbero essere più diverse. Arrivano da due paesi molto distanti tra loro e hanno due storie differenti.
In comune però, hanno un mestiere e un posto di lavoro: Rosario, peruviana, e Cristina, rumena, sono infermiere dell'Istituto Palazzolo, storica struttura sanitaria di Milano che oggi fa parte della Fondazione Don Gnocchi.
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lunedì 7 aprile 2014
Fermata: Padova - Pasteur | Tutti pazzi per il fashion solidale
Quel vestito l'aveva visto in un negozio di Berlino, e ci aveva fatto una malattia. Se ne era proprio innamorata.
Era stata proprio sul punto di comprarlo, ma poi la logica del portafoglio aveva vinto sul colpo di fulmine.
E adesso se lo trova davanti così, quasi a tradimento, in una vetrina di via Padova. Proprio lui, con quel suo blu elettrico che sembra quasi dirle «dai Giovanna, questa volta sono qui per te».
Anche perché questa volta costa un decimo, e Giovanna nel negozio ci entra, oltre al vestito blu compra altri due capi, in condizioni perfette, ed esce che ha speso una ventina di euro.
Questo negozio è stata una gran scoperta, pensa Giovanna, d'altronde le piacciono i vestiti belli, di marca - che male c'è? A quanta gente piacciono? - e qui ha anche la soddisfazione, oltre al risparmio sul portafoglio, che la sua passione per la moda ha anche un'utilità per gli altri.
lunedì 31 marzo 2014
Fermata: L.go Gemito | Sempre una sarta perfetta
La sua mamma, e la sua nonna prima di lei, non lavoravano.
Loro erano addette alla famiglia e alla casa.
Le donne, nella loro cultura, non dovevano lavorare. Il lavoro fuori casa era cosa da uomini.
E lei è cresciuta così.
Ma poi le cose sono cambiate, perché con la guerra del 1999, la sua famiglia si è trovata a scappare dal Kosovo ed è arrivata in Italia, clandestina.
Oggi Jiliana la pensa diversamente. Ha 23 anni e finite le scuole, quattro anni fa, si è trovata a fare un corso di cucito e oggi lavora come sarta.
Lavora, anche se è una donna rom.
Loro erano addette alla famiglia e alla casa.
Le donne, nella loro cultura, non dovevano lavorare. Il lavoro fuori casa era cosa da uomini.
E lei è cresciuta così.
Ma poi le cose sono cambiate, perché con la guerra del 1999, la sua famiglia si è trovata a scappare dal Kosovo ed è arrivata in Italia, clandestina.
Oggi Jiliana la pensa diversamente. Ha 23 anni e finite le scuole, quattro anni fa, si è trovata a fare un corso di cucito e oggi lavora come sarta.
Lavora, anche se è una donna rom.
martedì 25 marzo 2014
Fermata: Civitavecchia - Orbetello | Pane zingaro
Sono meno istruite degli uomini, più gravate dal peso del lavoro domestico e di cura, all'interno della famiglia.
Sono più discriminate, hanno meno amici al di fuori della loro comunità d'appartenenza, spesso sono costrette all'elemosina, e altrettanto spesso viene loro impedito di lavorare.
Sono le più escluse all'interno di una comunità che nel nostro Paese già vive una forte esclusione.
Al tempo stesso, però, sono capaci di lottare e riscattarsi, quando vengono date loro delle vere opportunità.
Sono le donne rom che vivono in Italia. Come Loredana, che però un lavoro ce l'ha e ci tiene pure.
Sono più discriminate, hanno meno amici al di fuori della loro comunità d'appartenenza, spesso sono costrette all'elemosina, e altrettanto spesso viene loro impedito di lavorare.
Sono le più escluse all'interno di una comunità che nel nostro Paese già vive una forte esclusione.
Al tempo stesso, però, sono capaci di lottare e riscattarsi, quando vengono date loro delle vere opportunità.
Sono le donne rom che vivono in Italia. Come Loredana, che però un lavoro ce l'ha e ci tiene pure.
mercoledì 19 marzo 2014
Fermata: Sammartini – San Valentino | Il catering solidale delle donne dal mondo
Di solito vanno a ondate, e rispecchiano guerre, rivoluzioni, carestie.
Oggi, al centro di accoglienza per donne rifugiate di via Sammartini, ci si aspetterebbe di trovare le donne scappate dalla Siria, e ce ne sono in effetti, tante.
Ci si aspetta tunisine, donne egiziane, ragazze arrivate dalla Libia, e ci sono.
Ci sono, come si può immaginare, le donne che da tanti anni arrivano dal Corno d'Africa: somale, eritree, etiopi.
E poi c'è lei, che sembra quasi fuori luogo.
Perché se si dice rifugiati dall'America Latina si pensa al massimo alle cilene o alle argentine scappate dalle dittature militari degli anni '70 e e '80, non a Soledad.
Soledad, che è scappata dal Perù.
Soledad, che è arrivata a Milano solo da un anno.
Soledad, che si trascina dietro «problemi antichi», dice lei, «problemi politici», «problemi della mia famiglia», e poi si rifiuta di parlare e di aggiungere altro.
Oggi, al centro di accoglienza per donne rifugiate di via Sammartini, ci si aspetterebbe di trovare le donne scappate dalla Siria, e ce ne sono in effetti, tante.
Ci si aspetta tunisine, donne egiziane, ragazze arrivate dalla Libia, e ci sono.
Ci sono, come si può immaginare, le donne che da tanti anni arrivano dal Corno d'Africa: somale, eritree, etiopi.
E poi c'è lei, che sembra quasi fuori luogo.
Perché se si dice rifugiati dall'America Latina si pensa al massimo alle cilene o alle argentine scappate dalle dittature militari degli anni '70 e e '80, non a Soledad.
Soledad, che è scappata dal Perù.
Soledad, che è arrivata a Milano solo da un anno.
Soledad, che si trascina dietro «problemi antichi», dice lei, «problemi politici», «problemi della mia famiglia», e poi si rifiuta di parlare e di aggiungere altro.
venerdì 7 marzo 2014
Fermata: Affori FN | Mohamed e la carica dei 1600
Lui si chiama Mohamed.
Nulla di originale, dato che sono quasi milleseicento, a Milano, i piccoli imprenditori che portano Mohamed come nome o cognome.
E in effetti lui una certa differenza la nota, dice, tra italiani e immigrati. Ha tanti amici italiani, che generalmente preferiscono avere un lavoro fisso, sapere con sicurezza quanto prendono ogni mese. Loro hanno cercato un lavoro. Lui, invece, così come tanti che sono nati fuori dall'Italia e ora vivono qui, il lavoro preferiscono crearselo.
Probabilmente è una mentalità diversa - pensa - un fatto culturale.
Nulla di originale, dato che sono quasi milleseicento, a Milano, i piccoli imprenditori che portano Mohamed come nome o cognome.
E in effetti lui una certa differenza la nota, dice, tra italiani e immigrati. Ha tanti amici italiani, che generalmente preferiscono avere un lavoro fisso, sapere con sicurezza quanto prendono ogni mese. Loro hanno cercato un lavoro. Lui, invece, così come tanti che sono nati fuori dall'Italia e ora vivono qui, il lavoro preferiscono crearselo.
Probabilmente è una mentalità diversa - pensa - un fatto culturale.
giovedì 23 gennaio 2014
Fermata: Policlinico | Una porta sbagliata
Legge 22 maggio 1978 n. 194, art. 5
Il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire i necessari accertamenti medici, hanno il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall'incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del concepito, le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto.
giovedì 16 gennaio 2014
Fermata: Policlinico | Ago, filo e due linee rosa
Ornella aveva ventotto anni quando rimase incinta: davanti alle due linee del test di gravidanza positivo si sentì crollare il mondo addosso.
Era venuta a Milano dal Sud Italia, lasciando la rete protettiva della sua famiglia, solo per poter lavorare come sarta in una casa di moda, ma finora aveva avuto solo contratti a termine. E questa volta, ne era sicura, non gliel'avrebbero rinnovato.
Era venuta a Milano dal Sud Italia, lasciando la rete protettiva della sua famiglia, solo per poter lavorare come sarta in una casa di moda, ma finora aveva avuto solo contratti a termine. E questa volta, ne era sicura, non gliel'avrebbero rinnovato.
giovedì 9 gennaio 2014
Fermata: piazza Durante | Il droghiere di quartiere
Con il grembiule addosso lì, dietro al bancone, gli sembra di essere un po' il vecchio droghiere di quartiere. Quello da cui si andava sì a fare la spesa, ma che ti conosceva, e conosceva un po' tutti, da cui era garanzia fare anche due chiacchiere.
Lo fa sorridere, questo nuovo ruolo, ma in fondo gli piace, e ne va anche un po' orgoglioso.
mercoledì 18 dicembre 2013
Fermata: Medea | O la spesa, o le tasse
Mi suona il cellulare.
È di nuovo Matteo.
Ci ho messo un po' a convincerlo a parlare, ma quando ha iniziato, è diventato un fiume in piena.
«Mi sono dimenticato, scriva anche che sono sette anni che non facciamo un giorno solo di vacanza».
Probabilmente si è dimenticato perché quello delle vacanze è solo il minore dei problemi, però nella stanchezza della situazione ci sta anche questo.
È di nuovo Matteo.
Ci ho messo un po' a convincerlo a parlare, ma quando ha iniziato, è diventato un fiume in piena.
«Mi sono dimenticato, scriva anche che sono sette anni che non facciamo un giorno solo di vacanza».
Probabilmente si è dimenticato perché quello delle vacanze è solo il minore dei problemi, però nella stanchezza della situazione ci sta anche questo.
lunedì 9 dicembre 2013
Fermata: Coni Zugna | Pelle sotto l'acqua
| Bancarelle in un giorno di pioggia/1 |
Piove forte sul tendone sopra la sua testa. Da quello del collega di fronte rimbalzano i goccioloni sul suo banco, sulla sua merce. Quando il banco ce l'aveva al riparo, dentro quattro mura, non c'era il rischio che la pelle si bagnasse. E quando, ancora prima, stava dietro la sua scrivania in azienda, nel suo ufficio, non c'era il rischio che si bagnasse neppure il suo vestito.
Eppure, intanto, il suo presente è qui, in viale Papiniano e nei mercati milanesi, a cercare in tutti i modi di far girare i conti. Perché lui non è uno che sta fermo ad aspettare che le cose succedano.
Eppure, intanto, il suo presente è qui, in viale Papiniano e nei mercati milanesi, a cercare in tutti i modi di far girare i conti. Perché lui non è uno che sta fermo ad aspettare che le cose succedano.
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mercoledì 6 novembre 2013
Fermata: Gioia | Il restauratore dell'Isola
Lui indossa un grembiule marrone, di quelli che mettevano i vecchi falegnami, anche se ha poco più di quarant'anni. Lavora, concentrato, dietro la vetrina polverosa, senza curarsi di quelli che passano avanti e indietro sul marciapiede fuori dal suo vetro. L'insegna sulla porta recita “Restauro e laccatura” e ha tutta l'aria di qualcosa che resiste al tempo, ancorata come con le radici a questa casa che, a sua volta, sembra ancorata al quartiere, e senza alcuna voglia di cedere il posto alla Milano moderna che le cresce intorno.
Quella dove lavora Alessandro è una casa bottega, come quelle di una volta, e il suo orgoglio per questo microcosmo che si è creato si intuisce dentro alle sue parole timide.
Quella dove lavora Alessandro è una casa bottega, come quelle di una volta, e il suo orgoglio per questo microcosmo che si è creato si intuisce dentro alle sue parole timide.
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mercoledì 23 ottobre 2013
Fermata: Bramante - Sarpi | Il mio nome è Wong, James Wong
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| Credit: saintbob |
La sala scoppiò a ridere. Una sala gremita all'inverosimile, in cui la temperatura infernale era tre volte quella già torrida dell'estate milanese.
James sentiva il sudore scendergli lungo la schiena. Il caldo, certo, ma anche l'agitazione. Non si aspettava così tanta gente. Avevano pensato a una sala da novanta posti ed erano arrivate quattrocento persone. Quattrocento cinesi.
Chissà se aveva fatto bene a esporsi così tanto: voleva essere d'aiuto, ma la sua situazione era irregolare, forse era meglio tenere un profilo più basso.
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