mercoledì 18 dicembre 2013

Fermata: Medea | O la spesa, o le tasse

Mi suona il cellulare.
È di nuovo Matteo.
Ci ho messo un po' a convincerlo a parlare, ma quando ha iniziato, è diventato un fiume in piena.
«Mi sono dimenticato, scriva anche che sono sette anni che non facciamo un giorno solo di vacanza».
Probabilmente si è dimenticato perché quello delle vacanze è solo il minore dei problemi, però nella stanchezza della situazione ci sta anche questo.

A metà gennaio lo aspetta la mannaia dello sfratto esecutivo. Lo sa, che arriverà. Lo sa dalla metà di ottobre, quando il tribunale lo ha convalidato, e però lo ha rimandato di tre mesi.
Lo ha rinviato perché il figlio di Matteo, neanche dieci anni, è disabile al cento per cento. Ma gennaio sta arrivando, e lui non ha alcuna soluzione.
Certo che di case ne hanno cercate, ma con i prezzi di mercato che ci sono, non riuscirebbero a pagarli, quegli affitti.
Certo che hanno cercato anche fuori Milano, ma la moglie non ha la patente, e devono cercare una zona da cui passi almeno un bus che la porti al lavoro. E poi non possono spostarsi troppo, il bambino ne risentirebbe, non è in grado di affrontare cambiamenti troppo grossi. Già questa della casa è una cosa più grande di lui.
Certo che hanno fatto domanda di casa popolare, e ne hanno i requisiti, ma sono più di 22mila le famiglie in lista d'attesa a Milano, alcune anche da dieci o vent'anni.
E hanno fatto richiesta anche al comune per una casa d'emergenza, ma le liste sono congelate praticamente da mesi.
E intanto loro non sanno dove andare, cosa fare, come fare.

Quando otto anni fa arrivarono in questa casa erano già degli equilibristi dell'affitto. Tutto calcolato al centesimo, e nonostante quello al 5 o al 6 del mese i soldi erano già andati. Gli aiuti dei genitori li aiutavano a stare a galla. Matteo decise di cambiare lavoro, così non si poteva andare avanti.
E così iniziò la giostra dei cambi di lavoro. Qualche anno da trasportatore, sul camion anche di notte, poi un altro contratto da dipendente, ma in un'azienda in crisi economica che dopo pochissimo smise di pagare gli stipendi, sei mesi di disoccupazione, infine la scelta di aprire partita iva e cercare di farcela da autonomo, come rappresentante di commercio.
«Siamo riusciti a pagare, stringendo i denti, fino a quest'autunno quando, in fase di scadenza del contratto di locazione, la proprietaria ci ha comunicato che ci avrebbe alzato l'affitto. Ci siamo seduti al tavolo, abbiamo fatto i conti e abbiamo deciso di non firmare il contratto: con quell'aumento non avremmo più avuto nemmeno un euro per la spesa».
E ora non sanno cosa fare. Nessuna idea, solo la speranza che qualcuno, negli uffici del comune o della regione, abbia un po' di cuore.
«Io intanto cerco di portare a casa più soldi possibile. E non pago le tasse. Non ce la faccio. Vorrei pagarle, è il dovere di un buon cittadino, ma tutto non riesco: o faccio la spesa, o pago le tasse. La coperta è troppo corta, copri le spalle e ti scopri i piedi. Non mi nascondo, verranno a bussarmi alla porta e dovrò rispondere di questo, lo farò».
Ma lui pensa che quello è un problema di domani, lo affronterà domani. L'oggi è questo, ed è più urgente.


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