mercoledì 6 novembre 2013

Fermata: Gioia | Il restauratore dell'Isola

Lui indossa un grembiule marrone, di quelli che mettevano i vecchi falegnami, anche se ha poco più di quarant'anni. Lavora, concentrato, dietro la vetrina polverosa, senza curarsi di quelli che passano avanti e indietro sul marciapiede fuori dal suo vetro. L'insegna sulla porta recita “Restauro e laccatura” e ha tutta l'aria di qualcosa che resiste al tempo, ancorata come con le radici a questa casa che, a sua volta, sembra ancorata al quartiere, e senza alcuna voglia di cedere il posto alla Milano moderna che le cresce intorno.
Quella dove lavora Alessandro è una casa bottega, come quelle di una volta, e il suo orgoglio per questo microcosmo che si è creato si intuisce dentro alle sue parole timide. 
Una vecchia corte nel quartiere Isola dove lui ha comprato, una decina d'anni fa, dei locali su due piani: a piano terra, sulla strada, ne ha ricavato il suo laboratorio di artigiano restauratore, sopra, invece, ci abita con la sua famiglia.
Proprio accanto a questa casa della vecchia Milano, con la facciata ricoperta d'edera, stanno sorgendo le torri del Bosco verticale, di fronte al neonato parco di Porta Nuova. L'Isola è un quartiere strano, affascinante, in cui si interseca la resistenza degli abitanti che vogliono preservare la vivacità della Milano di ieri, dei cortili e dei giardini, delle piccole botteghe e delle associazioni, agli interessi che stanno innalzando la Milano di domani.

Lui carteggia e intaglia, serio, senza quasi alzare gli occhi, e sembra non curarsi delle gru e delle grida degli operai che gli sovrastano la testa.
Un po' gli dispiace – dice – che abbiano tolto i giardini e che abbiano costruito, «così tanto e così alto». L'Isola è sicuramente molto diversa oggi da quella che l'ha fatto innamorare quando è andato da garzone la prima volta, a imparare il mestiere, da un restauratore di via Civerchio, che gli ha preso il cuore fino a fargli comperare, locale per locale, negli anni, la sua “casa bottega” proprio qui. Ma lui aspetta a giudicare, «lasciamo finire i lavori e poi si vedrà». Non è una zona ostile, comunque, per gli artigiani, anzi. Ce ne sono diversi che ancora lavorano: falegnami, liutai, restauratori passano un po' inosservati, ma un occhio allenato li scova.
La sua passione è nata da bambino, e l'ha respirata in famiglia. «Mio papà era un bravo bricoleur, i miei erano appassionati di antiquariato, ho imparato da loro l'amore per le cose belle, per il legno, per i mobili di valore. Mia mamma aveva un negozio di arredamento e antiquariato con mia zia. Io, a un certo punto, ho interrotto gli studi universitari e ho iniziato a occuparmi di recupero dell'arredo da giardino: fontane, vasche, balaustre, paracaminetti, cose così, e mi appoggiavo al negozio per la vendita». 
È così che il suo amore di bambino è diventato pian piano il lavoro della vita. Ha trovato un restauratore che l'ha preso sotto la sua ala, gli ha insegnato il mestiere nella quotidianità. Ha ripreso gli studi, prima in Italia, poi li ha completati in Francia.
Ed è tornato a Milano.
Dove tiene ancora, riposto con cura in cantina, il suo primo banchetto da falegname: quello che gli regalarono, primo amore, al suo settimo compleanno.

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