giovedì 23 gennaio 2014

Fermata: Policlinico | Una porta sbagliata

Legge 22 maggio 1978 n. 194, art. 5 
Il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire i necessari accertamenti medici, hanno il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall'incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del concepito, le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto.

Alla Mangiagalli, clinica ostetrico-ginecologica d'eccellenza a Milano, quel giorno, un giorno come un altro, erano dieci le donne venute per abortire. Nessuna aveva molta voglia di chiacchierare, sei di loro piangevano in silenzio.
Anche Piedad era venuta a prendere un appuntamento proprio lì, ma qualcosa l'aveva attirata a un piano diverso, a una porta diversa. Nello stesso edificio, al terzo piano, le volontarie del centro di aiuto alla vita stavano incontrando le donne che si sono trovate ad affrontare una gravidanza non voluta.
A quel punto della sua vita Piedad era praticamente sull'orlo della disperazione.
Lei è ecuadoregna, venuta in Italia per fare la badante, per guadagnare qualcosa di più rispetto a quando prendesse nel suo paese a fare la maestra e poter mantenere i due figli che erano rimasti a casa. Questo terzo figlio proprio non era previsto: era rimasta incinta durante una vacanza del marito, in cui l'aveva raggiunta qui per poter stare un po' insieme, dopo un anno di lavoro, sacrifici e separazione. Ma ora non poteva permettersi di tenerlo. Quello di Piedad è solo un nome, una sola storia tra tante che si assomigliano un po' tutte.
Sono tante le donne che fanno le badanti che se decidono di portare a termine la gravidanza perdono sia il lavoro, perché certo non possono continuare con il pancione a sollevare un anziano, pulirlo, vestirlo, e di conseguenza perdono anche la casa, perché di solito vivono insieme alla persona che accudiscono.
Quello che disse Piedad, nel primo di tanti colloqui, era che non poteva permettersi di perdere quel lavoro, perché a casa c'erano altri che contano su quei soldi per vivere.

Molte di queste storie finiscono al piano terra. In altre, come questa, l'aiuto ricevuto al terzo piano è stato fondamentale. Oggi Piedad ha tre figli, due in Ecuador e la piccola, con lei, in Italia. Si arrangiano in qualche modo, grazie all'aiuto di alcune connazionali. E il progetto più grande è quello di riunirsi presto tutti. in Italia o in Ecuador, è ancora da decidere.


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