mercoledì 29 gennaio 2014

Fermata: Filzi - Pirelli | Il cancello della discordia

È comparso come un regalo di Natale al contrario, una porta da chiudere invece che un pacco da aprire: un cancello nuovo e lucido per cacciare via, installato proprio pochi giorni prima di quella festa che dovrebbe ricordare invece l'accoglienza di chi è più povero.
Un simbolo triste, questo cancello messo a chiudere l'atrio del palazzo di via Pirelli 27, vicino alla Stazione Centrale, per tenere fuori un gruppo di senza dimora che da tempo si erano accampati lì sotto.
Ma la vita non è mai tutta bianca e tutta nera, e in questa storia nessuno è solo vittima e nessuno solo colpevole, nessuno ha tutta la ragione e nessuno ha tutto il torto, non ci sono “i cattivi” e non ci sono “i buoni”.
Per questo il cancello resta un simbolo triste, perché racconta di una storia in cui, alla fine, hanno perso tutti.

La storia ha inizio nell'estate del 2010, «durante i mondiali di calcio», ricordano bene gli inquilini del palazzo, quando, proprio di fianco al portone di ingresso, nel portico antistante alla sede sfitta di una banca, avevano iniziato a radunarsi alcuni senza dimora. Una decina di persone, di origine dell'Est Europa, che bivaccavano notte e giorno con le loro poche cose: cartoni, sacchi a pelo, qualche coperta e poco altro.
Vincenzo, così bergamasco da iniziare ogni frasi con un «pota», fa il custode in questo palazzo da cinque anni. E ricorda bene come sono andate le cose. Racconta che non è mai stato facile. Non ci sono stati problemi gravi veri e propri: nessuno è mai stato veramente molestato, nessuno ha mai cercato di oltrepassare l'androne e di entrare dal portone. È stato più un periodo di disagi.
«E di paura. Quando i condomini escono, spesso questi uomini li avvicinano, chiedono qualche soldo, e gli anziani si spaventano facilmente». A lui, racconta Vincenzo, problemi seri non ne hanno mai dati, «a parte qualche pisciata sul muro. Al mattino andava bene, ci potevi anche parlare, ma poi lungo la giornata iniziavano a bere, e verso il pomeriggio e la sera erano sempre ubriachi. Ho dovuto chiamare la polizia più volte per sedare delle risse che scoppiavano tra di loro. C'è stata anche una volta in cui hanno insultato il tabaccaio vicino perché si rifiutava di regalare loro delle ricariche per il cellulare».
Quando le telefonate all'amministratore del palazzo da parte dei condomini esasperati sono diventate una costante, lui ha proposto una soluzione. E così all'ultima assemblea di condominio, in autunno, hanno deliberato di mettere un cancello per chiudere l'area del portico e obbligarli così ad andarsene. Hanno pensato di mettere così la parola fine su quella situazione che non potevano, o non volevano, più sopportare.
Non tutti sono stati d'accordo. Una condomina, in particolare, ha sollevato un po' di polvere sulla vicenda. Lei – dice – non ha mai avuto problemi con questi uomini. Talvolta gli lasciava qualcosa da mangiare o un pacchetto di sigarette. «Certo, il loro modo di vivere non somiglia al mio e posso non condividerlo, ma questa non mi è sembrata una soluzione». L'ha buttata anche sui numeri: «Il cancello ci è costato circa seimila euro: possibile che non si potessero usare quei soldi per aiutare quelle persone a trovare un'alternativa al nostro portico?».
«Non è che non abbiamo mai cercato di far nulla – si difendono altri. Ricordano una ragazza incinta, che aveva bivaccato per un periodo insieme al gruppo. Avevano contattato i servizi sociali e lei si era lasciata convincere e si era fatta aiutare. – Ma con gli altri non si è mai potuto far niente».
Un'associazione del terzo settore che gira la città per dare assistenza ai clochard li ha incontrati per anni, regolarmente, una sera a settimana. Portavano loro generi di primo conforto, qualcosa da mangiare e una bevanda calda, ma non sono mai riusciti a indirizzarli a centri di aiuto. «Se le persone non vogliono farsi aiutare, noi non possiamo obbligare nessuno», commenta amara Magda Baietta, la presidente della Ronda della carità.

Quando è stato messo il cancello, erano presenti anche le forze dell'ordine, qualche realtà di assistenza sociale, l'Amsa per ripulire l'area.
Loro se ne sono andati senza battere ciglio, Vincenzo li aveva già avvisati ed erano pronti, avevano riempito delle loro cose alcuni sacchi che il custode aveva fornito loro, e il resto è stato portato via dal camioncino della nettezza urbana.
L'atrio oggi è chiuso e vuoto. «Chissà fino a quando – si chiede l'inquilina che non ha mai visto di buon occhio la soluzione votata dai suoi vicini – Quando quello spazio commerciale verrà affittato di nuovo, il cancello dovrà restare aperto, e noi avremo mosso tutto questo per niente. Chi ci avrà guadagnato?».
Nessuno. In questa storia sembra che abbiano perso tutti: gli abitanti del condominio, le associazioni e servizi sociali che non hanno saputo o potuto intervenire, dei senzatetto cacciati e che fino alla fine hanno rifiutato qualunque soluzione migliore.
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