mercoledì 23 ottobre 2013

Fermata: Bramante - Sarpi | Il mio nome è Wong, James Wong

Credit: saintbob
«Il mio nome è Wong. James Wong».
La sala scoppiò a ridere. Una sala gremita all'inverosimile, in cui la temperatura infernale era tre volte quella già torrida dell'estate milanese.
James sentiva il sudore scendergli lungo la schiena. Il caldo, certo, ma anche l'agitazione. Non si aspettava così tanta gente. Avevano pensato a una sala da novanta posti ed erano arrivate quattrocento persone. Quattrocento cinesi.
Chissà se aveva fatto bene a esporsi così tanto: voleva essere d'aiuto, ma la sua situazione era irregolare, forse era meglio tenere un profilo più basso.


Il suo nome, quello vero, era Yan Wong. James è quello occidentale che si era scelto, in inglese, per facilitarsi la vita qui. Lo usava già quando lasciò la Cina, nei primi anni '90, per trasferirsi in Europa. La sua non era stata una partenza facile: in quel periodo il governo cinese permetteva l'emigrazione dal sud della Cina, non dalla zona da cui proveniva lui, che era territorio di industrie pesanti, e da cui la forza lavoro non poteva andarsene. Ma alla fine ce l'aveva fatta.
In Italia ci era arrivato attraversando le frontiere di mezza Europa, dopo aver pagato 1500 dollari a un uomo perché lo accompagnasse fino oltre la frontiera con l'Italia. E così dall'Ungheria era passato in Slovenia, e da lì era arrivato fino ai boschi che sfumano il confine tra Trieste e la Slovenia. L'uomo aveva accompagnato lui e altri migranti fin oltre il confine, di notte. «Eccovi arrivati» aveva detto loro facendoli passate attraverso un buco nella rete, e si era volatilizzato. Ma non erano arrivati, il confine era un po' più in là, e quelle ultime centinaia di metri, al buio e da soli, erano stati tragicomici. Tragicomici perché gli altri avevano iniziato a seguire lui, James, solo perché era l'unico a parlare inglese. Ma non è che parlare inglese significhi avere una bussola nel cervello. Ma era andata, alla fine, ce l'avevano fatta.
Il primo lavoro che James trovò fu a Brescia, un laboratorio abusivo in cui lavorava 18 ore al giorno, tutti i giorni, per 500mila lire al mese. Più tardi si era trasferito a Milano.
Le cose avevano cominciato a girare, era riuscito ad avere il permesso di soggiorno e un lavoro in regola, come cameriere, in zona Darsena, e per molto tempo tutto andò bene.
Le disavventure cominciarono quando, nel 2008, fece la stupidaggine di prestare il permesso di soggiorno a un connazionale. Lo beccarono, finì sotto processo e perse il diritto a lavorare.
Dovette lasciare il suo lavoro al ristorante e arrangiarsi, per vivere, a lavorare in nero. Per vivere e per mantenere la famiglia, perché nel frattempo James aveva conosciuto Hu, e con lei si era sposata e avevano avuto un bambino.

Come ci era arrivato in quella sala, era stata la risposta a un impulso. La voglia di aiutare qualcun altro a essere con le carte tutte in regola, quelle che nel frattempo lui non aveva più.
Aveva letto della nuova sanatoria che avrebbe potuto mettere in regola decine di migliaia di immigrati. Non era una vera e propria sanatoria, ma qualcuno doveva pur aiutare a capire le maglie della burocrazia italiana ai tanti, tantissimi, della sua comunità cinese a Milano che non capivano l'italiano. E così aveva contattato una delle associazioni che solitamente aiutano gli stranieri a inserirsi in questa società così diversa dalla loro, e si era proposto come intermediario: avevano tradotto i documenti in mandarino, li avevano pubblicati sui giornali della comunità cinese, avevano affisso manifesti e infine organizzato quell'incontro per spiegare cosa bisognava fare per partecipare alla sanatoria. Aspettavano poche decine di persone, e invece si erano presentati in quattrocento.
Ora toccava a lui, avrebbe parlato, avrebbe spiegato.

Da allora per James il volontariato presso l'associazione è un punto fisso della sua settimana, e dona il suo tempo libero come mediatore per la comunità cinese.
Lavora, lavora molto, ma in attesa della fine del processo infinito lo fa sempre in nero.
Un giallo che lavora in nero, pensa con ironia James. Sperando di poter tornare anche lui, presto, alla luce del sole.
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