martedì 12 marzo 2013

Fermata: Mac Mahon - Monte Ceneri


Un altro filobus della linea 90 passa sopra la sua testa, ferma e lei si lascia calpestare la testa, per l'ennesima volta, da uomini e donne che salgono e scendono e si spostano, come tante pedine, per tutta la città.
Lei, sotto il cavalcavia Bacula, approfitta del primo giorno di sole e vento dopo le piogge primaverili per stendere sulla recinzione della ferrovia tutti i loro  poveri stracci. Riccardo e Giona tra poco torneranno da scuola, insieme ai bambini di Lia, che pochi metri più in là ha acceso un fornelletto da campo per preparare qualcosa da mangiare per tutti.
Sotto il cavalcavia Bacula Lenuza, con il marito e i loro due figli, ci sta da quasi un mese. Sono arrivati lì insieme a un paio di altre famiglie quando l'ultimo campo in cui stavano era stato sgomberato, perché avevano detto che il terreno era contaminato da sostanze chimiche rilasciate da una ditta che proprio su quel terreno aveva avuto sede anni prima. Era un campo non autorizzato, è vero, ma non avevano trovato un posto migliore. Lì almeno c'erano altre famiglie che venivano dalla loro stessa zona della Romania.
Nel loro paesino vicino a Timishuara non c'erano opportunità, non c'era lavoro: certo avevano una casa vera e propria, fatta in muratura, ma nulla di cui vivere. Un rom è un rom anche in Romania: non lo vuole nessuno. Lei e Anton, con Riccardo ancora piccolo, erano partiti per l'Italia, come avevano già fatto alcuni fratelli di lei e di lui, decisi a trovare un lavoro qui e un futuro migliore per il piccolo e gli altri figli che Dio avrebbe loro mandato.
Ma se trovare un lavoro e una casa è difficile per uno straniero, per uno zingaro è decisamente peggio.
Gli zingari rubano, non vorrai mica dargli un  lavoro.
Gli zingari sono nomadi, abituati a vivere in quei campi che sono latrine a cielo aperto, non vorrai mica affitargli una casa.
Gli zingari sono ignoranti, cosa vuoi che gli importi di mandare i bambini a scuola.
Eccetera.
Ma a Lenuza tutto questo importa, eccome. Dopo lo sgombero dal campo di via Bovisasca hanno cercato un posto, dove accamparsi provvisoriamente, ma che fosse vicino alla scuola che frequentano i bimbi, perché non perdessero altri giorni. E poi vorrebbe tanto poter abitare in una casa vera: loro sono stanziali, ma nessuno lo vuole capire. 
«Mi fa schifo vivere così, in campi che dopo mezz'ora di pioggia diventano immense pozzanghere, dove ho paura di quei topi grossi come gatti, dove non ci sono nemmeno i cessi e per andare in bagno devo portare i bambini in un bar e prendere un caffè, tutte le volte, come se i caffè me li regalassero. E sempre che non ci sbattano fuori dal locale. Io volevo solo dare ai miei figli un futuro migliore, e invece guarda lo schifo dove li ho portati» – si lamenta al telefono con suor Valeria, «il suo angelo», come la chiama lei. La religiosa di una parrocchia non lontano da lì l'ha aiutata a fare domanda per una casa popolare, anche se l'ha avvisata che non ci sono molte speranze, e aiuta i bambini con i compiti.
L'unica nota positiva è che Anton è riuscito a trovare un lavoro come muratore e non ha mai perso il posto, neanche quando sono stati costretti a “traslocare” da un campo a un altro, da un ponte all'altro, inseguiti dalle ruspe e dalla polizia. 
Anche lei vorrebbe tanto lavorare, magari facendo la domestica. L'ha già fatto, aveva trovato un buon posto presso una famiglia di milanesi, da cui andava a fare le pulizie due volte la settimana, e a cui ovviamente aveva taciuto il fatto che fosse rom e abitasse in un campo. Lo fanno tutte, altrimenti, altrettanto ovviamente, nessuno si sognerebbe di assumerti. Con «la Signora» si trovava bene, entrambe erano contente: Lena del posto e la Signora della dipendente. 
Ma poi il pregiudizio aveva vinto: Lenuza era comparsa in un servizio al Tg che parlava dell'ennesimo sgombero e i Signori l'avevano vista. Due anni di buon lavoro non erano serviti a scongiurare il licenziamento: «Mi dispiace Lenuza, sei una brava persona, ma dei rom non ci si può fidare». Da allora solo qualche ora di pulizia qua e là: gli uffici della parrocchia, la casa delle consorelle di suor Valeria.
«Lena, ho una buona notizia – le dice la suora dall'altra parte del cellulare. – Ti ho trovato un colloquio di lavoro con una cooperativa che fa pulizie. Hai l'appuntamento domani mattina, va bene? ». 
Certo che sì. Vuoi vedere che il sole porta qualcosa di buono...

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