venerdì 20 maggio 2016

La forza di Jolanda che combatte la depressione

La cosa che mi ha colpito di più di lei è stato l'aspetto.

Mi hanno colpito gli orecchini, grandi e colorati, abbinati alla collana.
Mi ha colpito il trucco, preciso, gli occhi marcati di nero e il mascara alle sopracciglia.
Mi ha colpito il modo di muoversi, composto, senza sbavature.
Jolanda non è certo una magra, ma non la definirei nemmeno grassa, o grossa. È così apparentemente “a posto” che è persino difficile trovare un termine adatto.

Mi ha colpito tutto questo soprattutto perché una delle prime cose che mi ha detto è che, se non avesse il centro diurno in cui venire tutte le mattine, lei non si alzerebbe nemmeno dal letto, e probabilmente passerebbe la giornata al buio, ad affondare nei pensieri neri.

Tutto questo mi ha colpito perché penso alla forza che deve avere ogni mattina questa donna che soffre di depressionecerto, deve avere anche gli psicofarmaci giusti, per carità – per uscire dal letto e tirarsi insieme così bene, così bella, con quale rispetto per se stessa, e mi vergogno della svogliatezza con cui certi giorni io mi infilo i jeans e il primo golf che mi capita a tiro.



Jolanda, una donna sulla sessantina, è malata di depressione da sei o sette anni. È iniziata con i pensieri bui, quelli che ti girano in testa e ti convincono di non avere più uno scopo nella vita, ora che i figli sono grandi e fuori di casa.
Poi gli attacchi di panico, nei luoghi chiusi e con tanta gente. La testa che girava al supermercato, in fila alle casse. Gli svenimenti al lavoro.
È andata a finire che ha dovuto licenziarsi. E tutto è peggiorato.
Non si alzava più dal letto, sotto l'effetto dei sedativi non distingueva più nemmeno il giorno dalla notte. A non lasciarla mai, nemmeno un istante, il marito, che per lei faceva tutto, si occupava della casa, cucinava per lei, la portava a tavola e in bagno accudendola come una bambina.

Il resto della famiglia non è stato proprio clemente. E nemmeno presente.

«I miei fratelli mi consideravano una matta. Non sono venuti mai a trovarmi quando ero ricoverata in psichiatria, dicevano che anche loro avevano dei problemi, che ce li hanno tutti e che tutti li superano, mentre io non era capace nemmeno di fare quello.
Solo molto tempo dopo mia sorella è venuta a trovarmi. Ma ero già a casa. In ospedale, dove ero ricoverata “tra i matti”, mai».

Oggi si vedono, soprattutto nelle feste comandate.
«A Pasqua mio fratello ci ha invitati ad andare da loro. Quando capitano queste feste da una parte vorrei andare, dall'altra so che potrei sentirmi male e ho paura di quel che pensano.
Quando hanno iniziato ad arrivare anche i parenti di mia cognata, con la casa piena, io ho iniziato ad agitarmi e ho dovutoo prendere le mie gocce per calmarmi. Lui mi ha visto e mi ha accusato “se devi venire per fare le tue solite scene, puoi anche restare a casa”.
Io mi sono tenuta controllata, però lui poteva anche fare a meno di essere così gentile. Eh, ma chi non lo prova non lo sa cosa vuol dire».

No, di solito no. Una malattia fisica si vede, una depressione non è accettata. Spesso chi soffre di depressione è visto come un viziato, una persona che non sa reagire, che non sa vedere le cose belle che ha, che non sa essere grata.

Tutte le mattine, da cinque anni, viene a L'aquilone, centro diurno psichiatrico gestito dalla cooperativa L'Arcobaleno a Lecco, e ci sta fino alle quattro del pomeriggio: «È la mia seconda casa».

C'è chi fa i laboratori di arte, chi ginnastica, chi lavora il cuoio, chi il corso di cucina.
«Qui riesco a fare quello che da anni non riuscivo più. Partecipo al gruppo di teatro, e a fine anno proponiamo lo spettacolo. Faccio parte del coro e andiamo nelle case di riposo a rallegrare gli anziani. Fino a due mesi fa facevo il laboratorio di bigotteria, mentre ora mi sono messa a insegnare alle ragazze più giovani a ricamare e lavorare a maglia. Andiamo al mercato, oppure in piscina, facciamo delle gite. Cerco di non essere mai ferma».

Ci sono ancora i giorni no, in cui le gira la testa, continua a piangere, sente «come un vuoto dentro». Ma ha fatto anche tante conquiste.
«Le due di cui vado più fiera? Ho rimesso il costume, per andare alle terme. Non lo indossavo da tanti anni, mi vergognavo perché mi vedevo brutta e grassa. E invece ora lo metto e me ne frego, ce ne sono tante come me, d'altronde non tutte sono Claudia Schiffer.
E poi sono stata via di casa per qualche giorno, con gli operatori del centro diurno ci siamo concessi una piccola vacanza. Sono stata lontano da casa, lontano dalla mia famiglia, e sono stata bene lo stesso. Sono i miei passi da gigante».


Come al solito, la storia è vera, il nome no.

Le foto sono state scattate dentro al laboratorio di arte del centro diurno L'aquilone, in via Ghislanzoni a Lecco.
La cooperativa L'Arcobaleno fa parte del Consorzio Farsi Prossimo, legato a Caritas Ambrosiana, e si occupa, tra le altre cose, di salute mentale offrendo servizi come comunità assistenziali e riabilitative, appartamenti in residenzialità leggera e in housing sociale, servizi educativi, assistenza domiciliare.
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