lunedì 14 aprile 2014

Fermata: Umbria - Muratori | Boxe a Milano

Vi ripropongo uno dei reportage a cui sono più affezionata: è stato pubblicato su Scarp de' tenis nel maggio del 2010 e ha vinto il premio giornalistico 'Mauro Gavinelli' 2010.
Prima, però, riguardatevi il video, bellissimo e commovente, della canzone di Pacifico 'Boxe a Milano' che l'aveva ispirato. Nel video anche le immagini e la voce narrante del 'Maestro' Ottavio Tazzi, che avevo incontrato a casa sua e intervistato proprio per questo articolo.





Le foto del post sono di Roberto Colombo, alias Falsomagro

Odore di sudore, sangue e canfora. «Piazza un montante destro!». «Forza Olli, colpisci al fegato!». Da sotto, è tutto un rap di incitamenti e consigli dei “secondi” e del pubblico che vogliono farsi sentire oltre le corde. Lassù, sul ring, Luca e Oliver se le stanno dando di santa ragione: cronaca di un ordinario sabato pomeriggio di pugilato a Milano.


La Boxe Ursus è una delle ultime palestre storiche rimaste in città, un magazzino nascosto in un cortile sulla circonvallazione esterna, sul confine del popolarissimo quartiere Molise-Calvairate: il ring, due strisce di parquet intorno per gli allenamenti, sacchi appesi un po' ovunque, specchi e tante fotografie. Le pareti, dove c'era un po' di spazio libero, sono state riempite con le immagini dei pugili e degli incontri che hanno scritto la storia quasi cinquantennale della Boxe Ursus.
Se si vuole un assaggio di quello che è stato lo “sport dei poveri” per eccellenza, a Milano, qui si ritrova ancora qualcosa di quel mondo crudo e affascinante che ha attratto generazioni di ragazzi dei quartieri popolari durante tutto il '900.

Oggi, anno 2010, il mondo dello sport sembra essere ridotto unicamente al calcio, eppure in queste palestre riescono ancora a organizzare una decina di riunioni di pugilato all'anno. A salire sul ring sono dilettanti ventenni, che danno l'anima per la loro disciplina ma il cui nome difficilmente finirà mai sui giornali sportivi. A vederli, tutte le volte, c'è un gruppetto di irriducibili vecchietti del quartiere, di quelli che non si perdono un match dai tempi di Duilio Loi.
«Ma, a parte loro, che sono l'unico nostro pubblico vero, nessuno si interessa più alla boxe – spiega amareggiato Stefano Bandini, 30 anni, uno dei gestori della palestra –. In un pomeriggio come questo abbiamo un centinaio di persone che pagano il biglietto per vedere gli incontri: sono praticamente tutti parenti, le fidanzate, gli amici che si allenano tutti i giorni con chi deve fare il match e vengono poi a vederlo. Non c'è più il pugilato che riempiva i palazzetti ogni quindici giorni».
Qualcosa però è rimasto. Fuori Milano, ad esempio, e nella provincia ci sono ancora le vecchie palestre che insegnano la boxe ai ragazzi dell'hinterland. I pugili che si affrontano sul ring vengono dalle società di San Donato, Sesto San Giovanni, Cinisello Balsamo, anche da Varese e da Pavia. Vito e Cristian sono due ragazzotti di Rozzano, periferia sud di Milano, zona popolare di storica immigrazione dal Sud Italia. Anche loro sono boxeur, ma fermi per infortunio, e per il momento si accontentano di accompagnare e fare il tifo per il loro compagno di allenamenti. Hanno iniziato tutti così, «perché lo faceva un mio amico».
Tra il pubblico si sente parlare rumeno; sul ring, insieme ai cognomi italiani, se ne sente chiamare anche qualcuno nordafricano e dell'Est Europa. È ancora sport di immigrati, ma molto meno rispetto a un paio di decenni fa.



Uno sport fatto dagli immigrati
Eppure la storia della boxe a Milano è fatta da immigrati, da quei ragazzi che dal Sud sbarcavano nella nebbia milanese della stazione Centrale con le loro valigie di cartone, e che avevano ben poche possibilità di emergere se non attraverso le palestre di pugilato. Ragazzi come quelli della famiglia Parondi, ritratti mezzo secolo fa nel capolavoro di Luchino Visconti Rocco e i suoi fratelli.
«Bel film Rocco e i suoi fratelli, l'hanno girato in una palestra che ormai non c'è più. Era la Lombarda di via Bellezza. Non è rimasto quasi nulla di quel mondo – a parlare è un mito della boxe italiana, il Maestro per eccellenza, che ha allenato otto titoli mondiali: Ottavio Tazzi, 82 anni e una malattia che lo sta rallentando. – Ricordo che la palestra che frequentavo quand'ero giovane era collocata dove c'era la Casa del fascio. Lì lo spazio era assicurato per due cose: il cinema e la palestra di pugilato. Poi, alla fine della guerra, hanno sloggiato tutti e hanno sfruttato i locali come sede della polizia, della finanza, poi dei vigili urbani». Finché si sono usati spazi demaniali, le associazioni di pugilato non pagavano l'affitto, e i ragazzi potevano boxare senza pagare nulla. «Poi il mio vecchio maestro ha trovato un accordo con un'osteria in viale Corsica che ci lasciava il retro del locale per allenarci. Oggi, con gli affitti così cari in questa città, nessuno concede più gli ingressi gratuiti o almeno agevolati. Se solo ci fossero delle sovvenzioni pubbliche per le associazioni sportive...». Parla del passato con nostalgia, il “Nonno” Tazzi, e si illumina quando racconta dei suoi “ragazzi”. Ma non ama parlare dei suoi otto campioni del mondo, ad eccezione – forse – di Giacobbe Fragomeni. Lui preferisce ricordare i “brocchi”, come li chiama lui, quelli che salivano sul ring sapendo di perdere, ma con il cuore gonfio di coraggio, pronti a sfidare e battersi fino all'ultimo. «Io cito loro, perché i campioni li ricordano tutti, sono abituati a ricevere applausi. Li preferisco perché vincevano poco, ma quando accadeva mi davano la felicità. Avevano una passione immensa per il pugilato, avevano il coraggio di salire sul ring ad affrontare l'avversario e a prendere le botte, e in cuor loro desideravano ogni tanto ricevere gli applausi. Non era gente ricca, erano figli di operai... mi ricordo il Callegari, un ragazzo di Voghera, lavorava in un manicomio, quando ancora erano aperti...».

Anche solo quindici anni fa le cose erano ancora diverse. Negli alveari della Sesto San Giovanni abitata dagli operai venuti dal Sud la boxe era ancora un mito: Fabrizio, nato e cresciuto a Milano e oggi venticinquenne, racconta che il papà siciliano lo portava, da bambino, a vedere gli allenamenti di boxe nella palestra sotto casa. E sempre negli stessi anni emergeva la stella di Giacobbe Fragomeni, campione del mondo nella categoria dei massimi leggeri nel 2008. Lui è uno di quelli “venuti su” dalla strada, che grazie alla boxe è riuscito a rivoltare come un calzino la sua vita, fino ad allora annerita dalla droga, dall'alcol, dalla violenza, dai lutti precoci vissuti in una famiglia che non era riuscita a integrarsi, e l'ha fatta diventare una storia di determinazione, di sacrifici e soprattutto di successo.



I costi di uno sport che non è più così popolare
Di tutto questo è rimasto ben poco. «Le palestre oggi sono un'altra cosa, sono piene di macchinari, hanno persino la sauna. Il ring, se c'è, è relegato in fondo, ma lo capisci che al gestore non gliene frega del pugilato, l'importante è che chi ci va paghi l'abbonamento – si sfoga Tazzi –. Io ho allenato per trentotto anni alla Doria a San Babila, pieno centro città. Lì chiunque poteva entrare e assistere agli allenamenti senza che nessuno dicesse nulla. Da tempo non è più così, adesso ci sono i tornelli, se non sei iscritto non puoi entrare». Oltre alla Boxe Ursus di viale Umbria, in città resiste la Forza e Coraggio, un capannone in zona sud. La provincia stringe i denti – e i pugni – e difende i suoi spazi, a volte può contare ancora su un piccolo palazzetto, ma bisogna guardare a Bergamo, a Vigevano.
«Il pugilato non è più uno sport popolare, non c'è più la gente del popolo nelle palestre. Del resto, dove vado io adesso – spiega el Maester –, tra iscrizioni e tariffe varie si spendono 900 euro l'anno. Se io avessi chiesto quei soldi ai miei genitori, mi avrebbero fatto correre. Bisogna abbassare i costi, incentivare i ragazzi». Il Nonno Tazzi rivela di essersi offerto, tempo fa, di allenare gratis in una palestra comunale vicino a casa, per avvicinare nuovi giovani alla boxe. La palestra in questione è quella del centro sportivo Cambini, in una traversa di via Padova: una zona in cui un nome come Ottavio Tazzi avrebbe potuto essere una bella occasione di aggregazione sportiva per i giovani e una risorsa sociale preziosa. Gli hanno detto di no.

Stefano Bandini fa una stima dei costi: «Chi parte da zero di solito deve iscriversi all'associazione sportiva, versare una quota per i corsi, comprare il caschetto, i guanti, le protezioni per i genitali, il paradenti, il bendaggio per le mani... e poi c'è la visita medica. Si arriva in fretta a 300-400 euro. Insomma, da sport popolare che era, per cui potevi entrare in palestra e allenarti gratis, oggi bisogna fare qualche conto prima». Alla Ursus cercano di perseguire una politica di riduzione dei costi: hanno abolito la quota di iscrizione, per esempio, e applicano degli sconti a chi decide di combattere. «A differenza di altri sport che richiedono grossi investimenti in attrezzatura, cerchiamo di non mettere barriere all’ingresso. Da noi devi solo avere “voglia di studiare” e applicarti. Se poi non mi puoi pagare il caschetto subito, me lo paghi dieci euro alla settimana e te lo do lo stesso – confida Stefano – Per questo lo zingaro si può allenare con l’avvocato: se ci volessero molti soldi sarebbero tutti figli di papà». Il risultato di queste scelte è una clientela molto varia: «C'è il dentista del centro che scherza negli spogliatoi col ragazzo delle case popolari. C'è il ricco imprenditore che arriva con il porsche e lo studente che attraversa tutta la città con la 90». E così non è più lo sport degli arrabbiati della società: oggi l’agonista medio non è più il ragazzo di periferia, è lo studente universitario.

Una delle colonne della palestra è il maestro Angelo Pomè, che ricorda i tempi in cui la Boxe Ursus stava nella vecchia sede al Giambellino, altro quartiere popolare: «Lì venivano ad allenarsi gli operai della zona, trent’anni fa. Alla Doria in San Babila, invece, ci andavano i camerieri e i baristi, che lavoravano in centro. Oggi è diverso, abbiamo molti laureati. Trent’anni fa non ce n’era nemmeno uno». Anche Giulio è uno studente universitario, è iscritto al primo anno di economia alla Cattolica. Lui, che vive nella borghese zona di piazza Cadorna, viene qui da tre anni. «Avevo provato diversi sport, il calcio, il tennis, ma nessuno mi aveva veramente “preso”. Poi ho provato la boxe quando ormai avevo quindici anni. Per il pugilato a quell’età sei ancora piuttosto giovane. E non ho più smesso».



Si lotta solo per passione
Il problema del pugilato oggi è che non riesce più a tirare fuori la gente dalle grane. Non paga più. «Prima era relativamente facile prendere 50mila lire per un incontro e, per un ragazzo che arrivava da un quartiere popolare, era un modo di dare una mano alla famiglia – è ancora Stefano a parlare –. Adesso un dilettante prende 30 euro a incontro, se va bene. Se avesse necessità di combattere per soldi, in pochissimo tempo andrebbe a fare altro». Anche lui, cresciuto in zona, era arrivato a un bivio nella sua carriera agonistica. «Per quanto tutti mi dicessero che ero bravo, dopo pochi combattimenti ho dovuto abbandonare. Avrei dovuto aumentare il numero degli allenamenti, ma mi ero iscritto all’università e non potevo permettermi di perdere un anno, dovevo lavorare per pagarmi gli studi e non potevo certo uscire prima per andare in palestra». E, come lui, molti altri hanno dovuto scegliere di appendere i guantoni al chiodo.

Chi invece va avanti, lo fa unicamente per passione. Come Riccardo, ventisei anni, per cui la boxe «non è solo picchiare, usare le mani: la boxe è una filosofia di vita. Il ring rispecchia la vita di tutti i giorni, in cui non si deve mai abbassare la guardia, in cui devi riuscire a dare tutto quello che hai sudato e sofferto negli allenamenti, devi mettere tutto te stesso, tutto quelli che hai imparato. E se non lo fai, perdi». O come Joseph, che lavora tutte le notti a scaricare camion all’ortomercato, e ha messo da parte un po’ di soldi per volta pur di riuscire a comprarsi casco e guanti.
«Io non vorrei che la gente venisse da me perché costo meno, io sono sicuro che vengano da noi per il clima che si respira nella nostra palestra – spiega Stefano –. Ogni ambiente è diverso. Da noi c’è molta serenità, l’ambiente è familiare, nessuno guarda come sei vestito, se sei alta o bassa, magro o grasso. Qui la persona vale per quello che è: se sei uno stronzo lo sei anche se hai l’auto bella, e quando prendi le botte le prendi chiunque tu sia. Non è uno sport dove avere i soldi cambia i risultati». E se è vero che la lotta sul ring rispecchia le lotte della vita, almeno sul quadrato chiamarsi Ambrogio, Salvatore o Mohammed non ha mai fatto differenza.


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