venerdì 11 ottobre 2013

Fermata: Romana - S. Sofia | Gigi della Statale

“A Marta
perché tu sappia
nella vita saper trovare
e dare amore
ciao
Luigi”


Chi se lo ricorda, Gigi? È ancora lì?
La mattina in cui mi scrisse questa dedica era una come tante mattine degli anni universitari passate a studiare in biblioteca centrale della Statale. Avevo in mano Gita al faro di Virginia Woolf, e lui me lo prese e ci scrisse sopra, quando entrai e puntai l'ultima fila in fondo a sinistra per salutarlo. Un piccolo rito a cui teneva tanto. Quanti dei ragazzi che riempivano la biblioteca ogni giorno sapevano chi fosse?

Lui era lì, tutti i giorni, arrivava al mattino presto e se ne andava a metà pomeriggio. Gli occhiali tondi, l'aria stralunata e probabilmente meno anni di quanti ne dimostrasse. Cinquanta, sessanta? Studiava inglese, diceva, davanti a un libro di testo delle scuole medie. Trascriveva sul suo quaderno le cose base, verbo essere e pronomi personali, gli stessi da anni. Ogni tanto alzavi la testa e lo vedevi, là in fondo, con lo sguardo perso nel vuoto.

Di sé, era difficile cavargli qualcosa. Che portasse dentro di sé le tracce di un disagio psichico era evidente, per questo Gigi, lì in Statale, era conosciuto e coccolato da tutti. Il resto della sua vita, se non era proprio vera, lo era almeno per lui. Forse è questo quello che conta.
Raccontava che da ragazzo lo avevano mandato in manicomio, che si stava proprio male, che se eri poco matto lo diventavi tanto, che gli facevano l'elettroshock, lì dentro. Che è stato dopo quell'esperienza, di qualche mese, che aveva cominciato a scrivere poesie. Un po' come Alda Merini, no? Ma lui era solo Gigi.
Si metteva a piangere, sfilava gli occhiali e si asciugava col fazzoletto. Silenzio. Aspettavi che passasse. E poi riprendeva. Voleva sapere tutto di te, gli interessava sapere soprattutto cosa stessi studiando, quando fosse la data dell'esame e – maledizione – se la ricordava. Voleva sapere il voto preso, e se non era un 30 e lode si arrabbiava, fino alle lacrime. “Perché studiare è importante, dovete capirlo, voi che potete!” strillava, con mezza biblioteca che si girava a vedere che diavolo stesse succedendo. Le bugie, a quel punto si sprecavano. “Cos'hai preso?”. Trenta e lode. “Sicuro?”. Certo. Scusa Gigi, ma ora devo andare a studiare, mi metto là guarda.

E poi, nel pomeriggio, si alzava, raccoglieva la penna, il libro, il quaderno, li riponeva nella cartella come uno studente diligente, e andava a casa.
Dove abiti, Gigi? “Qui vicino”. E come ci vai? “In tram”. Ma con chi stai, con chi abiti? “Con la mamma”.

Lui usciva, e io stavo a pensare a quella anziana donna che tutti i giorni aspettava a casa, da anni, il suo bambino mai cresciuto che tornava da scuola.

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