lunedì 2 settembre 2013

Fermata: Sforza - Andreani | Il primo diacono immigrato

La cosa che l'ha sempre sostenuto, durante la crisi economica nel suo Paese, poi nella solitudine del freddo di una città che non lo aspettava, e ancora nella ricostruzione di una vita per la sua famiglia a Milano, è stata la sua fede. È la sua forza tutti i giorni.

Fuori dal finestrino della 94 Felix vede i giardini della Guastalla, sulla sinistra, e il retro dell'università sulla destra. Prenota la fermata, scende, svolta in via Laghetto fino a costeggiare la chiesa di Santo Stefano. È qui che da alcuni anni si radunano le comunità cattoliche dei sudamericani e dei filippini presenti a Milano, e questo luogo è per lui e per la sua famiglia un punto di riferimento importante.


Guardando una persona distinta come Felix, con una buona posizione sociale nella Milano di oggi, non viene da pensare che anche lui sia stato "uno di quelli", gli immigrati arrivati pieni di speranza e poi costretti a dormire al freddo della strada.
E vedendo uno straniero, un sudamericano dalla pelle scura come Felix, dormire per strada nell'inverno milanese del 1991 non sarebbe stato immediato pensare al suo posto da dirigente lasciato in Perù a causa della crisi che stava falcidiando l'economia del suo Paese, così come non sarebbe stato facile pensare al suo servizio importante che rende oggi alla diocesi di Milano.
«Eppure sì, quando sono arrivato ho fatto per un po' quella vita - racconta Felix. - A Lima ero responsabile dell'ufficio buste paga di un grande ospedale, mentre mia moglie era direttrice di una scuola elementare. Stavamo bene, avevamo tre figli e fino a un certo punto nessun timore economico per il nostro futuro». Ma poi è arrivata la crisi della fine degli anni '80. Loro due non rischiavano il posto, ma quale futuro ci sarebbe stato per i loro figli in Perù? «Ricevetti una proposta per un lavoro a Roma. Non volevamo separarci, ma sembrava una buona occasione, e decidemmo che l'avrei accettata». Ma quando arrivò a Roma non c'era nessun lavoro ad aspettarlo. Si spostò a Milano, e strinse i denti. A quel punto era in ballo, tanto valeva ballare e arrivare in fondo a quella maledetta danza riuscendo a tornare a galla e riunire la sua famiglia.
Col tempo riuscì a mettere insieme un lavoro in regola, una casa e i documenti per il ricongiungimento, e la moglie e i tre figli poterono raggiungerlo.

Intanto aveva anche ripreso il suo impegno nel volontariato.
Fin da ragazzino si era impegnato nella sua parrocchia di Lima nel sociale e nel servizio per i poveri, poi con la moglie Carmen, dopo il matrimonio, avevano fondato un gruppo famiglie.
A Milano aveva iniziato a frequentare un gruppo di preghiera di latinos, in una piccola cappella in via Copernico messa a disposizione dalle suore, e si era dato da fare come mediatore per molti immigrati di lingua spagnola, indirizzando a dormitori, mense, servizi guardaroba...
«C'è stata una coppia che ho dovuto separare, per poter dare un letto a entrambi - ricorda oggi Felix - la donna dalle suore di Madre Teresa e lui al dormitorio di fratel Ettore. Come piangeva questa donna, che dopo un viaggio della speranza per poter stare insieme ha dovuto subire la separazione. Ricordo i loro baci, gli abbracci, la paura del distacco in questa città per loro sconosciuta...».

Felix, oggi, lavora come tecnico di laboratorio in un ospedale, ma la vita gli ha riservato la possibilità di riprendere anche un percorso lasciato a metà in Perù. Dopo il gruppo di preghiera in via Copernico, la comunità dei latinos, insieme a quella filippina, aveva iniziato a radunarsi nella chiesa di Santo Stefano. Lì Felix ha continuato il suo servizio alla chiesa, prima nel consiglio pastorale diocesano, e poi riprendendo il cammino, iniziato nel suo Paese, per diventare diacono.
È stato ordinato lo scorso settembre ed è stato il primo diacono permanente immigrato della diocesi di Milano. Da ottobre svolge il suo servizio alla cappellania ospedaliera di una casa di riposo di Melegnano.

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