martedì 16 luglio 2013

Fermata: Via Larga | Donne che danzavano la vita

Mi capita tra le mani un libro, Storia di Maura. Ma quello che mi colpisce è il nome dell’autrice, Sonia Scarpante. Mi suona familiare... e poi, d’improvviso, ricordo.
L’ho incontrata una sera di qualche inverno fa, mentre provava uno spettacolo teatrale insieme ad altre nove donne, in via Sant'Antonio.
Dieci in tutto, dieci guerriere. Che hanno combattuto, hanno vinto, e poi hanno deciso di narrare la propria storia.
Sonia appunto, e poi Barbara, Carla, Maria Cristina, Franca, Lea, Linda, Manuela, Maria Bruna, Rosa Maria: donne normalissime, abituate a incastrare gli impegni di lavoro con gli affetti, la famiglia, i figli da seguire, la casa da gestire, la cui vita è stata sconvolta un giorno da un referto medico che diceva loro, in modo asettico, «è tumore».
Si sono conosciute nel mezzo della loro personalissima battaglia partecipando a un corso di scrittura autobiografica rivolto ai pazienti dell'Istituto Europeo di Oncologia. Un progetto il cui obiettivo era proprio scrivere di sé e della propria «rottura biografica», come viene definita la malattia, perché inevitabilmente essa impone cambiamenti nell'organizzazione della vita quotidiana e mette in discussione il senso stesso dell'esistenza, per chi ci passa.
Ognuna di queste donne ha scritto un racconto, pubblicato poi dall'Editrice In Dialogo, in cui ha narrato la propria vita, la scoperta della malattia, le emozioni, i dolori immensi, la paura ma anche l'amore che l'ha spinta a non arrendersi.
Per Sonia, immagino con il libro in mano, deve essere stata la prima di molte pagine. Hanno fondato un'associazione, si sono chiamate «Le griots», come i narratori di storie delle culture africane, e hanno trasformato la loro storia e il loro incontro in un testo teatrale.

In quella sera di prove prima del loro debutto sul palcoscenico ridevano tra loro, chiacchieravano e provavano come un gruppo di ragazzine entusiaste.
L'atmosfera era calda e familiare come raramente capita: sembrava che tra loro ci fosse un legame di sorellanza, di un'amicizia nata fin dall'infanzia. Era strano, in fondo si conoscevano solo da un anno. Ha sorriso Manuela: «è vero, il nostro è un gruppo straordinario, ormai ci sentiamo sorelle. È come se fossimo legate da un filo rosso, tessuto dall'aver attraversato insieme la sofferenza ed essere arrivate a una grande speranza». Manuela era un'attrice professionista, con molte esperienze all'attivo. Un giorno ha scoperto di avere un tumore al seno e da lì la sua vita è cambiata: pur continuando saltuariamente a recitare, si è sottoposta prima a un'operazione e poi ai cicli di radio e chemioterapia. Dopo quell’esperienza, ha diretto lo spettacolo E ancora danzo la vita realizzato con le nuove amiche, proprio per diventare testimone, insieme alle altre, di una rinascita possibile.

Sono arrivata a loro perché conoscevo Linda di vista, una donna che mi ha sempre trasmesso una grande serenità anche solo con un saluto e qualche parola, una donna come ce ne sono tante, con una famiglia, tre figli, un lavoro come maestra, gli impegni in oratorio: normale eppure straordinaria. Non avevo però idea della storia che aveva alle spalle, non sapevo che, quando aveva il figlio minore ancora alle scuole medie, una sera aveva dovuto annunciare alla famiglia la sua malattia: «Ricordo perfettamente quel momento, era l'ora di cena e ci stavamo mettendo a tavola, in quel periodo abitava con noi anche la nonna. La cena a casa nostra è sempre stato il momento della gioia, del ritrovo, della baldoria con le chiacchiere dei ragazzi, anche della fame: eppure quella sera la pasta è rimasta nei piatti, nessuno ha detto niente, nessuno è riuscito a mangiare», mi ha raccontato Linda. Una, due, tre operazioni: via una parte di un seno, poi via tutto, poi anche l'utero. Il trauma di vedersi strappare la propria femminilità, il proprio essere donna, la parte di sé che le ha permesso di essere madre. I cicli di chemioterapia. Le reazioni allergiche. Un calvario comune a tanti e che terrorizza. Eppure Linda e la sua famiglia ce l'hanno fatta, e incontrare la loro storia mi aveva trasmesso una grande speranza. C'era un profumo che sapeva di fiducia, di fede, di amicizia, dell'amore delle persone che hanno vissuto insieme a loro in questi anni, di speranza, di gioia di vivere, di una grandissima forza.

Ripenso anche ad altre donne che hanno lottato con lo stesso coraggio, con la stessa forza, aggrappate alla vita coi denti. Ripenso ai nomi di queste dieci donne e alla coincidenza di aver visto anche io lottare una Carla e una Linda, anche se loro non ce l’hanno fatta.
Che possano ora danzare in altri luoghi.
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