martedì 9 luglio 2013

Fermata: via dei Giacinti | Il Villaggio dei fiori

C'era una volta, in un paese lontano lontano, un villaggio in cui le strade portavano il nome dei fiori: c'era la via dei gigli, la via dei giacinti, la via dei garofani, la via delle rose.
Al Villaggio dei fiori c'erano cinquantaquattro casette, tutte uguali, con le pareti di paglia e intonaco, come le casine dei folletti, e tutti qui vivevano felici...
No, proprio tutti no.

Perché il Villaggio dei fiori, Milano sud-ovest, racconta una storia popolare.È vero che le strade hanno nomi poetici. Ed è vero anche che in queste strade ci sono 54 villette con il loro giardinetto.
Ma si tratta di casette prefabbricate, dalle pareti sottili e dal pavimento di pochi metri quadri, appoggiate provvisoriamente su un terreno comunale negli anni ’50 e poi abitate dalle famiglie lombarde e venete degli sfollati e dei reduci di guerra. Così provvisorie che sono ancora lì.
Tra chi le abita, qualcuno si è arrangiato e ha provveduto da solo a mettere il bidet in bagno, a rifare i pavimenti, a cambiare infissi e vetri, a sostituire i caloriferi. Fino a pochi anni fa avevano anche l'amianto sul tetto.
La zona è popolare, sicuramente non signorile, ma di certo non tra le più disagiate o con estreme emergenze sociali.
Eppure no, non tutti qui sono felici. Di sicuro non lo era Giorgia, che qualche anno fa, insieme a mamma e papà, aveva minacciato di dar fuoco a una di queste casette, la sua.
Beh, a dire la verità non era esattamente la sua.

Giorgia viveva lì da quando era maggiorenne, insieme al nonno che abitava in quella casa fin dagli anni ’50.Poi, dopo qualche anno, l’anziano morì, e a lei diedero l’ingiunzione di sfratto, come se fosse un’abusiva; prima la sorpresa, poi la rabbia, infine la disperazione: che cosa aveva sbagliato? Perché non aveva diritto di rimanere a vivere in quella casa in cui erano vissuti i nonni, era nata e cresciuta la mamma, e che ora sentiva sua, avendo investito personalmente dei soldi per fare dei lavoretti e avendo sempre pagato l'affitto? L’errore di Giorgia fu uno solo, prettamente burocratico: lei era in regola con la residenza e i requisiti richiesti, ma mancava una carta. Non sapeva che ci volesse quella dichiarazione, nessuno gliel'aveva chiesta.
E per quella era arrivato lo sfratto. La volevano mandare via, come un’occupante abusiva. Giorgia non lo poteva tollerare, suo padre nemmeno, la madre anche: una gara familiare a chi era più arrabbiato, più incattivito, meno disposto a sopportare. Si barricarono persino dentro la villetta con quattro taniche di benzina e la minaccia di bruciare tutto.
Certo, il provvedimento poteva essere ingiusto, ma colpiva questo considerare propria una casa in cui questa famiglia abitava sì da mezzo secolo, ma tutto sommato era di proprietà comunale.
Ma il ragionamento sembrava correre su un altro piano ancora.
Il giorno dello sfratto, a sgomberare, arrivò un furgone di traslochi con una squadra di operai nordafricani. Oltre al danno la beffa.
«A te sembra accettabile che vengano qui, loro, stranieri, a buttarmi fuori da casa mia? Loro entrano e spostano i miei mobili, le mie cose, i miei vestiti, che schifo!» protestava indignata la ragazza. «E poi qui metteranno ad abitare sicuramente una famiglia di immigrati! Io non lo accetto. Se esco di qui, dietro di me resterà solo cenere - diceva Giorgia. - Se non posso vivere io qui, allora non ci vivrà più nessuno».

Come in quelle malate storie, chiamate d'amore, che poi amore proprio non è.
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