mercoledì 19 giugno 2013

Fermata: Lamarmora - Commenda | Lyn e le altre


Lyn è una di quelle donne che non puoi non notare, tanto è bella. Di una bellezza elegante, composta, dignitosa, imponente. Sono in molti a voltarsi a guardarla, quando scende dal tram 16 alla fermata Lamarmora-Commenda.

Alta, diritta, i lunghi capelli scuri e lucidi, i tratti orientali. Ha 40 anni, è thailandese, ha una laurea in matematica ed è emigrata in Italia, qualche anno fa, a causa del lavoro del marito.
È una donna intelligente e indipendente e avrebbe voluto trovare un lavoro qui, come quello che aveva nel suo Paese.
Ma non aveva fatto i conti con il fatto che, nonostante la sua laurea e il suo cervello, per l'Italia lei era solo un'immigrata.

Lyn cammina lungo via Orti e spinge la porta cigolante del civico 17.

La prima volta che era entrata da quella porta, tempo prima, era sull'orlo della depressione.
La vita da casalinga non faceva per lei, stava consumando nella solitudine e nella frustrazione di non potersi mettere in gioco.

All'interno del locale un gruppo di donne è affaccendato intorno a piatti e contenitori. Ci sono polpa di granchio alle spezie, empanadas, un cocktail coreano di cannella, zenzero e miele.
Sono eritree, brasiliane, marocchine, statunitensi, albanesi, greche e persino italiane.

Sono donne immigrate in Italia a partire dagli anni '70 a oggi, quasi tutte con un alto livello culturale, arrivate in questo paese per i motivi più disparati, che hanno però trovato un muro all'accesso alla loro professione qui in Italia e hanno deciso di mettersi insieme e reinventarsi un lavoro.

Questa è Proficua, un'associazione interetnica e interculturale di donne che vogliono aiutarsi le une le altre a recuperare la propria identità, anche a partire dal proprio lavoro: c'è chi ha ottenuto in Italia il riconoscimento del titolo di studio in medicina, chi invece si è rimessa a studiare pur di continuare a fare l'assistente sociale, chi era insegnante e si è fatta aiutare a presentare progetti nelle scuole...

Nessuna voleva rassegnarsi a fare la colf o la badante solo perché straniera.

E poi hanno pensato che valesse la pena scambiarsi le conoscenze, e sono iniziate le serate per promuovere le proprie culture di origine: così la sociologa cinese poteva spiegare alle compagne quali fossero le dinamiche urbane nel suo paese, mentre le assistenti sociali marocchina e cilena potevano confrontarsi sui diversi metodi di lavoro nei rispettivi paesi, o la dottoressa eritrea illustrare il sistema sanitario nel Corno d'Africa.

«Il problema – racconta Lucy, cilena, la fondatrice dell'associazione – era che tutte diffidavamo l'una dell'altra, proprio come facevano gli italiani con noi.
Eravamo convinte che la collega di un altro paese non avesse le nostre competenze, fosse sicuramente più arretrata, e a volte non ci si stava nemmeno ad ascoltare. 
Ma tutto cambiò quando Margarita propose di alleggerire gli incontri portando da mangiare, ognuna un piatto del proprio paese».

Da quel momento successero due cose: nacque l'idea del catering, e soprattutto mangiando e scambiandosi le ricette arrivarono a scambiarsi anche le conoscenze più “professionali”.

Ogni ricetta una storia di donna: Lucy prepara i dolci al limone e al cocco, e con una voce morbida, adatta a questa cilena con gli occhi chiari, racconta di essere scappata dal regime di Pinochet pochi mesi dopo il golpe militare del '73.

La sua è la storia tipica dei cileni rifugiati politici di quegli anni: con il marito saltò di notte il muro dell'ambasciata italiana, pensando solo di nascondersi e poter tornare il giorno successivo alla vita (quasi) normale, e invece si ritrovò braccata dai militari e costretta a fuggire in Europa.
Era una ragazza poco più che ventenne, partita dal suo paese con solo un vestitino di cotone e piombata nel freddo inverno italiano.

Con il marito si stabilirono a Ravenna, poi tra di loro non andò bene, è sempre difficile in terra straniera, con storie così dure alle spalle, e sola arrivò a Milano.

Eppure non ha smesso di combattere, si è rimessa a studiare e anche qui è riuscita a riottenere un lavoro nel suo campo: ha insegnato metodologie educative alla Bicocca e alla scuola comunale per educatori.

Margarita è alle prese con le empanadas alle verdure; ma il suo lavoro vero è un altro: lei è un'artista specializzata in arte murale, disciplina che in Argentina, il suo paese, insegnava nelle scuole, oltre a collaborare con diverse ong del Sudamerica.

Si è trasferita in Italia negli anni '90 per amore: ha seguito il suo compagno in quella che, tra l'altro, era anche la terra dei suoi nonni materni.

Margarita sorride amara, pensando ai lunghi giri di migrazioni che compiono gli uomini nella storia, i quali spesso rifiutano gli immigrati dimenticando di esserlo stati loro stessi.

«Mio nonno era di Milano, la nonna di Cuneo: arrivarono in Argentina nel periodo delle grandi migrazioni dall'Italia a inizio '900.
I genitori di mio padre invece erano catalani, emigrati per scappare dalla guerra civile spagnola».

Qui oggi realizza laboratori e progetti di pittura murale e teatro nelle scuole dell'infanzia, elementari e medie di mezza Lombardia.
E Lyn, tra di loro, ha ripreso a sorridere e a progettare.
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