sabato 9 febbraio 2013

Fermata: Lodi M3


L'omino dalla testa tonda e i baffi grigi si chiude la porta del dormitorio alle spalle e alza gli occhi verso un cielo milanese basso e grigio come lui. L'umidità, alle 7 di una mattina come questa, bagna in pochi minuti; lui riabbassa gli occhi sulla strada, scuote la testa e si sistema a tracolla l'inseparabile borsa rossa. Guarda incerto per un attimo la M della fermata della metrò, poi si avvia ciondolante, tutto curvo su un fianco, verso la fermata della 90.
Da un mese Raffaele dorme qui, all'accoglienza notturna per anziani senza dimora dei Fratelli di San Francesco. Non è che gli piaccia, ma prima stava al dormitorio pubblico di viale Ortles, che era decisamente peggio, e poi sa che tra poco tutto cambierà.
Dieci anni in viale Ortles non sono una bazzecola, ogni notte la sola speranza di riuscire a dormire basta a stancarti. Lo stanzone del dormitorio è diviso in scomparti da due posti, ma se uno tossisce lo si sente anche se c'è un tendone in mezzo. Se si moltiplicano i rumori per duecento persone che russano, parlano, bestemmiano ubriachi si capisce che non è un bel dormire.
La 90 intanto arriva a interrompere i suoi pensieri, Raffaele sale e rinuncia subito a trovare un posto: il bus è già pieno di operai immigrati che vanno a lavorare, e c'è ancora qualche barbone che ha passato la notte qui sopra, al caldo del bus.
Li guarda e si vede come allo specchio, più giovane di vent'anni, quando anche lui era finito sulla strada, a Busto Arsizio, sua città natale, prima, e proprio a Milano, dove si era trasferito sperando di trovare assistenza, più tardi. Lui, Rigamonti Raffaele, fino ad allora era stato un onesto e rispettabilissimo operaio tessile: trent'anni di lavoro, sempre in regola con l'affitto della casa, una moglie, una figlia. Una vita normale la sua, Rigamonti Raffaele di Busto Arsizio, operaio. Fino a quando la sua ditta iniziò ad andare male, e in poco tempo lo mise in cassa integrazione. Ma siccome i problemi non vengono mai da soli, la moglie si ammalò di cancro, le sole entrate ridotte della cassa integrazione non bastavano più per pagare l'affitto, il padrone di casa li sfrattò. Disperati, Raffaele e la moglie affidarono la bambina alla sorella e si trasferirono in una pensioncina economica di Busto.
I colpi di grazia furono due. Una sera di pioggia, mentre attraversava la strada, fu investito: l'ospedale, dentro e fuori, per dei mesi, poi il licenziamento e la disoccupazione. Il secondo, e definitivo, fu la morte della moglie. Solo, senza soldi, sulla strada, Raffaele sbarcò a Milano: la Grande Città, per lui che non aveva mai messo piede fuori da Busto. Prima trovò un posto al dormitorio di fratel Ettore, ricovero per barboni sotto la stazione Centrale, e poi ottenne un letto in viale Ortles. Ma tra poco, Raffaele lo sa, le cose cambieranno.
Dopo qualche anno di sola elemosina, che serviva per comprarsi un panino e pagare il posto letto al dormitorio, Raffaele incontrò Scarp de' tenis, il giornale dei senza dimora della Caritas. Andò in redazione, dove gli diedero in prova dieci copie da vendere. Da allora non l'ha più lasciato, e adesso sta andando a ritirare il pacchetto di copie che infilerà nella sua borsa rossa e che venderà in piazza Fontana, davanti alla curia, il suo presidio da nove anni. Così ha messo da parte un po' di soldi e ha conosciuto persone che l'hanno aiutato a fare la domanda che tra poco gli cambierà il futuro.
Guarda fuori dal finestrino della 90 e gli scappa mezzo sorriso: il cielo grigio di Milano tra qualche settimana lo guarderà dalla finestra di casa sua, settimo piano di un palazzone al Gallaratese. Gli hanno assegnato una casa popolare dell'Aler, è un po' in periferia, ma è bellissima lo stesso. Si immagina il suo campanello, su cui scriverà con orgoglio, in stampatello, “Rigamonti Raffaele”.
(2010)


La storia di Raffaele è, in buona parte, quella di Michele Beltemacchi, storico venditore di Scarp de' tenis
Michelino ci ha lasciati il 1 giugno 2013, e così lo ha ricordato la redazione di Scarp
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