mercoledì 3 aprile 2013

Fermata: Viale Gransasso - via Garofalo


Dana sbadiglia, si alza e si avvicina alla porta del filobus per scendere, dopo l'ultimo turno di lavoro nell'ufficio in cui da qualche mese fa le pulizie. La 90 si ferma a metà di viale Gransasso, all'angolo con via Garofalo, e lei si incammina nel buio verso casa, un bilocale in una vecchia casa di ringhiera che, dopo anni di terrore, le sembra un piccolo nido caldo e dorato.
La sua bambina dovrebbe già essere a letto, probabilmente Carla è già passata – come al solito – a darle un'occhiata per accertarsi che sia tutto a posto. Senza l'aiuto delle donne del cortile, che le hanno adottate e stanno facendo da nonne, Dana da sola non ce la farebbe.
Passa accanto a una bionda pallida, esile, è poco più che una bambina, con una microgonna quasi invisibile e degli stivali bianchi dai tacchi vertiginosi. Gli sguardi delle due ragazze si incrociano, e la romena prova pena per quell'esistenza misera a cui è costretta la ragazzina bionda, e che è stata anche la sua per anni.
Dana se ne era andata di casa appena maggiorenne, lasciando la figlia, che allora aveva solo un anno, alla sorella. Nel suo paese mancavano lavoro e soldi – una situazione comune, in effetti – ma lei voleva  che la sua bimba potesse fare una vita migliore della sua, potesse andare a scuola, non le mancasse mai un pasto, potesse pagarsi le spese mediche quando ce ne fosse bisogno.
E così si lasciò convincere da una cugina che viveva in Italia a raggiungerla: «Qui troverai lavoro di sicuro, potrai fare la cameriera come me». In Italia, invece, non c'era nessun ristorante ad aspettarla come cameriera. C'era solo la cugina che, senza troppi complimenti, la sbattè in strada a fare la puttana.
Dana non parla di quegli anni, della vergogna, delle umiliazioni, delle botte, dello schifo, del freddo in strada e dentro di sé. Non ne parla più. 
Ne aveva parlato solo con le volontarie dell'unità di strada che passavano a fare due parole con le ragazze, a dare informazioni di tipo sanitario, a raccontare che – se volevano scappare – in Italia c'è una legge che avrebbe permesso loro di trovare protezione, una casa e qualcuno che le aiutasse a rifarsi una vita. 
Lei pensava che scappare dai protettori fosse la parte più difficile, e che quella più dolce sarebbe stata ritornare dalla sua Karina. 
Illusa, si dice amara. 
Al termine del percorso nella comunità protetta, quando aveva trovato un lavoro in un'impresa di pulizie, era riuscita a tornare in Romania con i soldi che aveva messo da parte col suo nuovo impiego.
«Ma quell'estate Dana ci telefonò da casa in lacrime – racconta Valentina, una delle operatrici che l'aveva seguita ai tempi della strada e della comunità – la bambina non la riconosceva, non si ricordava di lei, non voleva stare insieme. La sorella di Dana, con cui la bimba era cresciuta, era sempre stata attenta a parlarle della sua mamma, che era in Italia per lavorare, che le voleva bene e la pensava sempre, e a tenere distinto il suo ruolo della zia, ma per la bambina era inevitabile fare confusione». 
La seconda volta in cui Dana torna per le vacanze va meglio, e la terza è convinta a fare il grande passo: ormai ha un piccolo bilocale in affitto e un paio di lavori part time con cui riesce a vivere, e vuole portare con sé, a Milano, la figlia.
Il percorso è stato aspro e pieno di ostacoli, ma la storia, questa sera in viale Gran Sasso, è a lieto fine. 
Karina è contenta di stare con la mamma, e con l'italiano non ha fatto fatica. Anche se a scuola inizia ad avere qualche difficoltà e Dana non riesce ad aiutarla, non sono sole, ci sono le nonne del cortile: Carla e le altre, giovani pensionate che hanno trovato il loro modo di ricordare che questa città ha ancora “il coeur in man”.

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