martedì 25 aprile 2017

Il 25 Aprile del Nestìn

Sto rientrando dalle celebrazioni del 25 Aprile in paese con le bambine e mia mamma, attraversando il parchetto, e ci incrociamo con un anziano.

Due battute sulle bambine – come capita spesso – e lui che finge di credere che mia mamma sia la mamma - «ma va là, lei avrà trent'anni meno di me, come fa a essere la nonna» - un discorso in cui la matematica diventa decisamente un'opinione.
Ma ventisette-secondi-dopo mia madre ha già ricostruito il suo albero genealogico, il nostro e i vari punti di intersezione.

Ul Nestìn, 94 anni quest'anno, ricorda benissimo dov'era il 25 aprile del 1945.

«In Germania».

Urca, pensi con un brivido.

«Io ero stato prima in quel posto là, ad Auschwitz», specifica poco dopo.

Perché abito in questo paese da 35 anni e non so questa storia? – ti domandi maledicendo la memoria che non si coltiva mai a sufficienza.

«Sono stato il primo a rientrare in paese, dopo il 25 Aprile, – ci racconta passando tra lo scivolo e le altalene – e tutti mi chiedevano “dov'è mio marito, come sta mio fratello?” e io dovevo rispondere a tutti “è morto”».

«Quando stavo in Germania uscivamo da lì, ci facevano lavorare, eravamo forza lavoro, e così ho conosciuto la gente che viveva lì intorno. E anche loro soffrivano, eh. 
Ricordo una donna, una contadina. Mi diceva che suo marito era soldato in Russia e suo figlio era in Italia, al 25 aprile. Piangeva. Non sapeva dove fossero e se sarebbero tornati.
La guerra è guerra per tutti. 
Era sulla povera gente ignorante che hanno fatto presa le idee di Hitler. E oggi dobbiamo stare attenti ancora, a certe idee».
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