martedì 1 marzo 2016

"Un domani migliore" per il piccolo siriano che oggi compie un anno

Una donna siriana in fuga dalla guerra. La foto è del progetto Sconfinati di Caritas Ambrosiana

«Il mio nome è Rasmia, sono siriana, di Damasco.
Oggi ho 23 anni.
Durante la guerra, un giorno, mio padre andò dall'altra parte della città per lavoro e non tornò più. Non sapevamo dove fosse e con chi. Ogni tanto ci mandava un sms per avvertirci che era vivo e stava bene, ma non avevamo altra possibilità per comunicare.

Io, intanto, avevo conosciuto un uomo: ci siamo innamorati e sposati.
Insieme siamo scappati in Libia, ma anche lì la situazione non era affatto stabile.
Così, quando sono rimasta incinta, abbiamo deciso di cercare un luogo sicuro per il nostro bambino. E non c'era altra via se non quella di attraversare il mare per raggiungere l'Italia.

Pagammo molti soldi ai trafficanti, eppure ci trattarono come animali e ci caricarono in 380 su un piccolo peschereccio. Partimmo alle 3 di notte, e ora dell'alba le persone iniziavano a essere stremate: c'era chi vomitava, chi sveniva...
Le ore passavano e quello che si vedeva era solo cielo e mare, cielo e mare. Il sole iniziava a ustionarci, il peschereccio imbarcava acqua che doveva essere gettata fuori coi secchi.
Poi successe una cosa.
Scoppiò un litigio e una donna molto grossa, per sfuggirne, cercò di scavalcarmi e mi calpestò la pancia. Urlai di dolore, ero sicura che avrei abortito, e svenni.
Quando mi svegliai sentii mio marito piangere, mi diceva «perdonami, è colpa mia, svegliati tesoro, ti prego... – E chiedeva – Datemi dell'acqua per favore, mia moglie sta morendo».


La nostra barca arrivò vicino a una piattaforma petrolifera: furono loro a mandarci una barca con le provviste d'acqua, e intanto chiamarono la guardia costiera italiana perché ci aiutasse.
Arrivò due ore dopo.
Uno dei soccorritori mi trasferì sulla loro imbarcazione, dove un medico mi visitò e diede le prime cure. Si spesero molto per aiutarci, furono molto attenti e rispettosi di tutti. 

Una volta in Italia, mi portarono in ospedale e fecero un'ecografia: fu lì, per la prima volta, che sentii il battito del cuore del mio bambino. Scoppiai a piangere, così felice che stesse bene. 

A Milano, mentre ero in un centro di accoglienza, incontrai una famiglia italiana. Sono stati così carini con noi, ci hanno poi aiutato a raggiungere una città nel nord est dell'Italia, da cui siamo poi partiti per il nostro viaggio verso la Svezia. Avevamo degli amici lì, e quella era la nostra meta.
Abbiamo incontrato molte persone che ci hanno aiutato con dei piccoli consigli: forse non avrebbero potuto, ma ci hanno salvato la vita.
Fu un viaggio molto lungo, e arrivare fu una grande gioia. 

Dopo sei mesi abbiamo avuto riconosciuto il diritto a risiedere in territorio svedese.
Il mio bimbo è nato il primo marzo del 2015, e oggi compie un anno.
Ogni giorno prego di rivedere la mia famiglia: la guerra ci ha rubato tutti i momenti belli. Abbiamo perso parenti, amici, la nostra casa: abbiamo perso tutto.
Ci è rimasta solo la speranza: magari il domani sarà migliore, se Dio vorrà
».


Sto raccogliendo in questi giorni molte storie di profughi che sfidano il destino e il mare, per provare a cercare un futuro.
Molte mi lasciano con un nodo alla gola.
L'ho avuto anche traducendo le parole, vere dalla prima all'ultima, di questa ragazza siriana. L'unica cosa non vera è il nome, modificato per tutelare le persone coinvolte.
Ve la racconto oggi, per augurare
“a better tomorrow”, come ha detto lei, al suo bimbo che oggi compie un anno.


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